7 luglio 2016 News 0

Archivio Sergio Bernasconi: un ritratto minuzioso di Niguarda

Sergio Bernasconi rappresenta la memoria storica di Niguarda. Con i suoi studi storici, i disegni e la ricerca minuziosa d’archivio egli racconta la storia e le trasformazioni di Niguarda in tutti i suoi dettagli.

Abbiamo conosciuto Sergio Bernasconi all’inizio del percorso di costruzione della Mappa di Comunità di Niguarda. Egli ci ha accompagnato con il suo sapere e le sue competenze, disegnandone il canovaccio, il logo del quartiere e raccontandoci mille aneddoti niguardesi.

Questo un suo breve racconto, della sua vita, del suo rapporto con Niguarda:

“Sono nato nel 1933 in via Paolo Rotta 6, la casa era in fondo dove c’era una vecchia filanda. Mio padre lavorava alla Stiegler come caposquadra. Il fatto di abitare a Niguarda era dovuto al suo lavoro per la manutenzione degli ascensori dell’ospedale, dove ha finito di lavorare quando è scoppiata la guerra. Con la guerra a Stiegler è andata a fare la produzione bellica in Germania. Quindi mio padre va a lavorare in Germania per evitare di andare al fronte, poi diciamo che era anche appoggiato dal fatto di aver lavorato per la Stiegler.

La scuola e la guerra:

Nel ’39 inizia la mia avventura scolastica in via Passerini. Il 1° e il 2° anno scolastico vanno tranquilli, anche se iniziano i bombardamenti, perché il 10 giugno 40 l’Italia entra in guerra. Ricordo il primo bombardamento, che mi ha molto colpito. Fu quando hanno centrato lo stabilimento della Feltrinelli, in zona Porta Garibaldi, dove producevano i compensati multistrato che servivano per fare le ali degli aeroplani. Ricordo come fosse oggi quando siamo usciti dal rifugio: Niguarda era illuminata a giorno per le fiamme di quel bombardamento lì. E le macerie, tra l’altro, sono rimaste lì quasi 50 anni.

Quando ci fu il primo vero bombardamento terrificante, nel novembre ’42, i miei genitori mi hanno “fatto profugo”, a Soave. Poi siamo tornati a Milano, ma c’erano ancora bombardamenti terribili, come nel febbraio ’43, allora siamo andati di nuovo via, in Val d’Aglié. Lì sono stato fino al 16 settembre, poi mio  padre è venuto a prenderci e ci ha riportati a casa. Da lì ho fatto in tempo a vedere l’invasione, cominciata già ai primi di agosto.

Il lavoro e la passione per il disegno:

Dopo la guerra mio padre muore nel ’47. Io avevo deciso di intraprendere la carriera artistica, però poi inizio a lavorare come disegnatore nella prima fabbrica costruita a Niguarda nel dopoguerra: rra una società edile, la Cresi e Silla. Sono entrato come apprendista falegname, invece mi facevano fare il disegnatore particolarista. Però andavo vestito da operaio perché se veniva il controllo dei sindacati dovevo figurare come operaio! Poi con i corsi serali, ho preso il diploma fino alla specializzazione della Saldini. Nel frattempo mi ero impiegato presso la ditta Elettromeccanica Pietro Guerra, che faceva apparecchiature per le Ferrovie. Tra l’altro ci sono ancora i miei disegni che sono stati brevettati! Abbiamo automatizzato tutta la rete di trasporto dell’energia delle ferrovie. Ho disegnato un telecomando che sezionava la linea ogni 2 km, cosa che serviva in caso di guasto o incidente, cosa che era notevole.

Lì ho passato tutta la vita lavorativa. Ma ho sempre portato avanti un lavoro parallelo, che era quello di disegnatore, pittore, incisore e a volte anche scultore. L’essere diventato uno storico di Niguarda è dovuto all’incontro con Amleto Farina, che fondò il primo giornalino nel dopoguerra, l’Eco di Niguarda. Lui si voleva occupare della storia di Niguarda, e io mi dedicavo dei disegni. Poi c’era un vecchio niguardese, Piero Pecchi, che mi raccontava tutte le storie che io ho trasformato in disegni e quadri. Con lui andavamo in giro per il quartiere alla ricerca di spunti da pubblicare sull’Eco di Niguarda. Poi ho lavorato molto sulla Niguarda scomparsa quando mi sono dedicato al volume della villa Trotti Bentivoglio. Un lavoro svolto grazie anche al supporto di Renato Perotto, che curava l’archivio della parrocchia”.